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a maschera è il prodotto artigianale che, attraverso le epoche e i continenti, ha risposto al bisogno dell'uomo di trasformare o dissimulare la propria identità in rituali religiosi e rappresentazioni teatrali o nel folklore, o di rappresentare lo status sociale di una persona in riti funebri o nella società stessa. I rituali religiosi che fanno uso di maschere possono essere sia funzionali al culto delle divinità che al culto degli antenati.

Abbiamo dedicato questa pagina a una breve introduzione, che amplieremo e che arricchiremo via via con dettagli specifici della produzione nelle diverse culture, al mondo della maschera artigianale in varie regioni del mondo.

 

IN AFRICA

È necessario sempre distinguere fra la suggestione e il fascino che le maschere africane – con certi loro tratti duri, schematici, essenziali – hanno esercitato, durante il secolo Ventesimo, sulla cultura europea, e soprattutto su alcuni movimenti della sua arte figurativa (come il futurismo, il cubismo o l’espressionismo), ed invece il valore, il significato che le stesse maschere assumono quando non sono ridotte ad una pura funzione estetica (esibizioni nelle mostre delle grandi città, imitazione o comunque fonte di ispirazione per artisti europei) ma vengono ricollocate nel loro contesto culturale originario e vengono studiate nella vera funzione che esse dovevano svolgere secondo l’intenzione dell’artigiano che le aveva ideate e costruite. Perciò, a questo punto, una analisi delle maschere africane dovrebbe entrare nelle particolari situazioni etnografiche delle singole nazioni dell’Africa, sia a nord che a sud dell’Equatore, sia in ambito islamizzato che in ambito cristianizzato o rimasto, più o meno, animista, e distinguere così, di volta in volta, una maschera del Congo, ad esempio, da una maschera del Ghana, una maschera della Tanzania da un’altra della Nigeria o della Costa d’Avorio. Tuttavia si possono e si debbono tenere presenti alcuni caratteri generali propri di tutta l’arte della maschera nel continente africano.

Parlando dei materiali adoperati, intanto, pur riconoscendo che il materiale più usato è il legno – che poi viene intagliato, scolpito, dipinto – ricordiamo che vengono usati anche tessuti, pelle o pelame di animali, corna, denti, ossa, piume, paglia, semi, conchiglie. Per esempio la paglia serve bene a rappresentare, in una maschera, la barba o la chioma. La maggior parte delle maschere sono verticali, per essere appoggiate sulla faccia, ma altre (ricavate, per esempio, da una tronco scavato) si appoggiano sulla testa, altre ancora circondano tutta la testa come scafandri, e a volte con la maschera non si copre il volto ma il torso di chi la indossa. Esistono maschere di metallo (bronzo, oro) o di pietra, oppure di terracotta.

Una etnia africana può avere diverse maschere (i Dogon del Mali, ad esempio, ne hanno una settantina, che corrispondono ai molti spiriti della loro religiosità). Infatti la maschera africana ha sempre una valenza spirituale, e quando viene usata – collegata alla danza o alla musica con diversi strumenti – non è uno spettacolo ma un rito, che diventa puro spettacolo fine a se stesso soltanto quando viene riprodotto artificialmente davanti ai turisti dei viaggi organizzati. La creazione di maschere è una attività specializzata, che viene esercitata in segreto, e che si tramanda di padre in figlio. Fino dall’epoca paleolitica dovevano esistere riti condotti da uno stregone, il quale, come un medium, doveva mettersi in contatto, anche mascherandosi, con il mondo invisibile degli spiriti, allo scopo di tenere lontani quelli maligni ed evocare invece l’assistenza di quelli buoni, nelle diverse occasioni della vita. Questo accadeva, quindi, nei funerali, o per festeggiare una nascita, o per un matrimonio, o per la caccia, o per le feste del raccolto agricolo, o nelle cerimonie di iniziazione degli adolescenti.

L’etnia dei Dogon, nel Mali, riteneva che quando un uomo muore il suo spirito vada a vivere dentro una maschera della sua famiglia. Le maschere che rappresentano antenati possono essere maschili o femminili, però devono sempre essere indossate da uomini, e soprattutoo dagli anziani. Alcune maschere vengono riservate ai re o ai capi, e rappresentano antichi re o fondatori del regno.

La maschera però non deve riprodurre le fattezze del viso, ma la sua interiorità, il suo valore morale. I tratti del volto hanno spesso una funzione che allude a caratteristiche psicologiche: per esempio gli occhi socchiusi (Costa d’Avorio) rappresentano la pazienza, il dominio di sé; gli occhi piccoli possono rappresentare l’umiltà, mentre la bocca grande rappresenta la forza e l’autorità (Gabon). Le ciglia arcuate e gli occhi a mandorla ricordano invece la bellezza femminile (anche se la maschera viene indossata da un uomo). Se la maschera riproduce la forma di un teschio umano è relativa al culto degli antenati: l’antenato deve essere reso propizio ai vivi, anziché nocivo.

Frequentemente le maschere africane rappresentano i caratteri fisici di un animale (bufalo, elefante, leopardo, facocero, antilope, falco, iena, coccodrillo, e anche insetti). La maschera, cioè, ha lo scopo di comunicare con l’animale (nel caso di belve feroci) per chiedere di non assalire i membri del villaggio; oppure si vogliono dare ai tratti somatici rappresentati funzioni augurali (per esempio in una maschera di antilope con numerose corna esse alludono alla abbondanza del raccolto). Se in una stessa maschera si mescolano tratti che ricordano animali diversi, vuol dire che si vogliono sommare tra loro le qualità di ciascuno (il coraggio, la forza, etc.). Per esempio ci sono maschere usate in Costa d’Avorio che, mescolando le corna dell’antilope, le zanne del facocero e la dentatura del coccodrillo, vogliono dare una impressione di potenza e di pericolo.

Quando un danzatore indossa la maschera deve scomparire completamente sotto di essa e imitare i movimenti dell’animale che la maschera vuole ricordare. Questo vale anche quando le maschere ricordano gli antenati oppure richiamano l’idea di determinati spiriti, proprio perché il danzatore che partecipa al rito o lo conduce è il tramite fra la sua comunità e il mondo “altro”, l’aldilà a cui gli antenati o gli spiriti appartengono. È come se nella maschera si incarnasse una creatura soprannaturale; i tratti del viso molto marcati e anche gli occhi rivolti in avanti tendono a significare che chi indossa la maschera è entrato in una condizione di possessione spirituale, che vale anche quando i tratti umani si combinano con i tratti di animali.

Non si può non constatare, comunque, che diversi fattori intervenuti dall’esterno (la diffusione del cristianesimo e la diffusione dell’islamismo, oltre alla pressione delle richieste commerciali) hanno ridotto molto la sopravvivenza dei riti religiosi e tribali dove le maschere assolvono la loro funzione originaria, e hanno favorito invece la fabbricazione di maschere di facile smercio presso i turisti, non sempre rispettando la purezza dei caratteri propri delle singole etnìe, e spostando sempre più l’uso delle maschere verso lo spettacolo fine a se stesso.


IN ASIA

Nell'immenso continente asiatico hanno avuto origine diverse religioni, e quindi diverse tradizioni di cerimonie religiose (legate alle coltivazioni, per esempio, oppure alla cura delle malattie, o ai funerali) più o meno unite alla danza e alla musica, ma anche diverse tradizioni teatrali. L’artigianato della maschera è stato assai fiorente, ma va situato e studiato sempre nell’ambito della cultura specifica che lo ha prodotto. Si devono quindi distinguere le tradizioni artistiche della maschera della Cina, del Giappone, dell’ India, dell’ Indonesia, della regione himalayana o della Siberia, ma anche talora minori tradizioni stilistiche differenti all’interno di ciascuna di quelle grandi aree di civiltà e di cultura. I materiali adoperati sono vari; prevalgono il legno e le pelli di animali, ma molto usata è la cartapesta, oltre alle piume e alle pietre preziose. Una maschera può richiuedere anche vari mesi di lavoro (come accade nell’isola di Bali). In molte maschere c’è un terzo occhio, che rappresenta l’anima.

Nell’India settentrionale si svolgono feste danzanti con le maschere, di legno o di cartapesta, dove si vuol rappresentare la vittoria del bene sul male. In Thailandia le azioni teatrali sono tratte dai grandi poemi epici indiani (es. il Ramayana); le maschere hanno copricapo dorati.Le maschere usate in Nepal, essendo state a lungo conservate appese alle travi delle case, appaiono annerite dal fumo; capeli, barba e baffi vengono realizzati con frammenti di pelliccia.. In Tibet si può dare alle maschere una “corona” intagliata di piccoli teschi sulla fronte, che allude alla morte, mentre il terzo occhio allude all’anima, in un contesto di religiosità buddista. Passando all’Indonesia, troviamo una maschera (caratteristica dell’isola di Sumatra) detta sina, un animale mitico, dalla testa intagliata con una grande cresta. Altre maschere si indossavano in occasione di cerimonie funebri, con danzatori mascherati che, accompagnati dalla musica, seguono la bara del defunto fino alla tomba.. Si dice che anticamente coloro che indossavano la maschera venissero sacrificati sul luogo della sepoltura, affinché i loro spiriti accompagnassero il morto nell’oltretomba. A volte gli stregoni indossavano maschere di form umana, con denti ben visibili ed espressione spaventosa; la maschera poteva esseree ricoperta di rame sulla fronte, con capelli costituiti da crine di cavallo, oppure potevano essere – in altra tribù – maschere piccole e dipinte di bianco con decorazioni in rosso e nero. Nell’isola di Borneo abitavano i Dayaki, (il nome significa “popolo dell’interno”), le cui maschere cerimoniali erano connesse con la coltivazione del riso. Le maschere servono ad assicurarsi la protezione degli spiriti verso le piante di riso. Esse possono rappresentare cinghiali, coccodrilli, scimmie, uccelli, o richiamare l’idea degli elefanti nelle decorazioni; possono avere occhi sporgenti, lunghe zanne, grandi orecchie; certe maschere hanno la mandibola articolata, in modo da poter essere aperta o chiusa daal danzatore. Nel Borneo settentrionale le mschere sono più piccole; nel Borneo meridionale sono grottesche e vengono indossate dai pagliacci durante i funerali. Nell’isola di Giava, come in Thailandia, si svolgono azioni teatrali ispirate ai grandi poemi epici indiani (Ramayana, Mahabharata). Le mascher usate in queste rappresentazioni sono piccole e leggere, dipinte di vari colori, e servono a identificare i personaggi. Quelle che rappresentano i nobili sono molto rifinite, mentre quelle che rappresentano i poveri sono grottesche e con tratti fisionomici esagerati.

L’isola di Bali, a est di Giava, prevalentemente di religione induista in un arcipelago indonesiano dove è più diffuso l’islamismo, è un caso a sé per quanto riguarda l’artigianato delle maschere. In esso è presente la tfradizione delle maschere tribali antiche (per funerali, esorcismi, iniziazioni, o per prevenire alluvioni, siccità, carestie), ma grandemente si è sviluppata una tradizione teatrale, dove la maschera è unita alla danza e alla musica. È il teatro chiamato Topeng, che. letteralmente si traduce “posto sul volto”, significando non solo l’applicazione della maschera al viso ma anche la sovrapposizione del personaggio e della storia alla persona dell’interprete, che durante l’azione teatrale si abbandona ad una energia superiore. La galleria dei personaggi fa pensare alla europea “commedia dell’arte”. Le storie, spesso umoristiche, sono vicende di lotta fra il bene e il male. I movimenti della danza balinese sono vari: stilizzati e più lenti, oppure animati e più liberi, secondo i personaggi e secondo l’ispirazione. I personaggi nobili non usano le parole, la loro maschera copre interamente il volto, e si esprimono soltanto con la danza.. In tempi antichi il Topeng era riservato agli ambienti dei nobili e regnanti, poi si è democratizzato. Il topeng può essere, secondo la storia rappresentata, religioso o pèrofano. La maschera è fabbricata in legno locale, laccato, e può richiedere mesi di lavoro; può essere legata a cerimonie di famiglia, come matrimoni o cremazioni. I colori della maschera definiscono il carattere del personaggio, comico o raffinato. Ogni maschera ha un copricapo: corona di cuoio intagliato e dorato per indicare i nobili, o semplici fazzoletti annodati per i personaggi popolani. Il cventro dell’artigianato per le maschere è la cittadina di Ubud.
Se passiamo all’altra grande isola a sud-est dell’India, l’antica Ceylon, oggi chiamata Sri Lanka, troviamo sia maschere usate in riti di cura delle malattie, sia in danze di cerimonie teatrali.Tutte le maschere vengono fabbricate in legno leggero e bene stagionato. La cerimonia curativa dura tutta la notte: i danzatori mascherati cercano di esorcizzare i demoni maligni (causa della malattia) e produrre quindi il ritorno all sanità. Queste maschere sono chiamate sami. Le maschere teatrali, invece, si chiamano kolam, incarnano diversi personaggi, sono dipinte a colori vivaci, e riproducono l’aspetto di tre animali mitici: l’uccello, il cobra. il pavone. Il danzatore deve riprodurre il movimento dell’animale della maschera. Molto nota è la maschera del demone serpente naga-rassa, con occhi spalancati e denti dipinti, e con un cobra dalle spire arrotolate come copricapo.

Andando verso l’Himalaya, a nord del Bangla-Desh , troviamo uno stato di panorami montuosi, e conservatore di antiche tradizioni, il Bhutan, anch’esso interessante per l’uso delle maschere – di legno, colorate, e di aspetto terribile – che vengono usate durante le feste attorno ai monaci buddisti di Paro (in primavera) e di Thimphu (in autunno). Durante le danze, a ritmo frenetico, i monaci, al suono di cembali e di trombe, celebrano la vittoria del buddismo sull’antica religione animista, e la vittoria del bene sul male..Le feste durano anche più giorni, e sono un’occasione di incontri per tutta la comunità. con sfoggio di costumi colorati e gioielli.

In Cina troviamo le maschere usate nei riti di esorcismo, praticati soprattutto nel sud della Cina, che hanno lo scopo di spaventare e cacciar fuori di casa i demoni. La maschera rappresenta animali fantastici, come la fenice o il drago. Il dragone è maschera particolare, poi, nel teatro tradizionale. Esso è simbolo benevolo, di prosperità e di lunga vita. È costruita collegata ad un lungo corpo di drago, che richiede di essere trasportato, nel corteo danzato, da diversi portatori (anche una ventina), ed ha diversi vivaci colori: verde, dorato, rosso fiamma.

Si dice che dalla Cina sia stato introdotto in Giappone l’uso della maschera intagliata in legno, laccata e dipinta, con tratti realistici, che dovevano far individuare gli stati d’animo (es. l’arrabbiato), in semplici azioni teatrali che si rappresentavano nelle piazze o vicino ai templi buddisti, con l’accompagnamento di musica (flauto, tamburo, gong). C’erano vari peronaggi. Più tardi comparvero anche cantanti, e le maschere ebbero anche componenti mobili (occhi, naso, guance) che accentuavano i ritmi della danza. Nacque in seguito, nel quattordicesimo secolo - come invenzione puramente giapponese – la famosa forma di teatro chiamata teatro Noh, con maschere stilizzate, austere, e tipi fissi (giovane donna, uomo vecchio, oppure demoni, divinità). Anche le parti femminili venivano affidate a uomini.. La “donna giovane” aveva il viso bianco, alte sopracciclia nere, labbra rosse, capelli neri e lisci. Altre maschere appartengono al tipo grottesco e realistico, a volte buffonesco. Gli autori delle maschere firmano le loro opere e a volte diventano famosi, come la scuola di artigianato della maschera di Hiroshima. Ma l’arte elle maschere Noh esige da parte dello studioso un particolare approfondimento (essendo inserito nel contesto religioso dello Shintoismo oltre che del Buddismo Zen.) e richiede anche negli spettatori la comprensione della loro complessa simbologia.

Nella sterminata Siberia, si deve situare l’origine dello Sciamanesimo classico, anche se si tratta di un fenomeno che compare in altre parti del mondo. Lo sciamano ha insieme i caratteri del guaritore, del saggio, e del comunicatore (in trance, cioè in viaggio soprannaturale) con il mondo degli spiriti. È dunque una figura che si pone tra la religione e la magìa, tra il mondo terreno e il mondo ultraterreno. La parola, etimologicamente, sembra da collegarsi con il sanscrito e quindi con le radici linguistiche indoeuropee (la radice “sa” è legata al verbo “sapere”. Gli sciamani in generale sono uomini, ma esistono anche sciamane di sesso femminile, che a volte sembrano più legate con la pratica dell’erboristeria (le erbe medicamentose). Quando lo sciamano è in “viaggio” perde la sua personalità e diventa “altro”. Perciò porta la maschera (di legno, scorza d’albero, pietra, a volte con conchiglie al posto degli occhi) adopera poi travestimenti da animale (lupo, cavallo, foca, alce, orso, volpe, aquila…) e si serve della danza (ritmata per esempio dai tamburi) per raggiungere l’estasi e trasmettere fra i vivi il potere a lui dato dagli spiriti. Lo sciamanesimo si ritrova anche in Nuova Guinea, in Oceania, e poi nelle Americhe, in Groenlandia, nelle Ande.


NEL CONTINENTE AMERICANO

In Sud America, procedendo verso Oriente, si incontrano dapprima le antiche civiltà delle Ande, fra le quali ricordiamo soprattutto la civiltà dei Nazca (400 av. Chr. – 550 dopo Chr.), (famosi per i grandi disegni tracciati nel suolo), che ha prodotto maschere funerarie in metallo (rame, argento, oro), decorate a volte con conchiglie. Tipiche del Perù sono invece, le maschere usate oggi nelle danze popolari, che rappresentano angeli, demoni, personaggi spagnoli, oppure animali. Vengono fabbricate usando il legno, la latta, il cuoio, il gesso. In Messico, invece, si trovano anche maschere in mosaico (giada e turchese, quarzo, malachite) raffinatissime, appartenenti all’antica civiltà egli Aztechi. Le tessere del mosaico erano fissate sul supporto ligneo con colla vegetale; ma gli Aztechi per le maschere adoperavno anche il solo legno o la pietra o la terracotta (documentata nelle civiltà precolombiane intorno al 1000 av. Chr.). La maschera veniva applicata durante le cerimonie funebri sul volto dei defunti, e alcune volte rappresentavano il dio della primavera e della fertilità. Oggi sono oggetti esposti nei musei.

In Messico e nel Centro America le maschere erano originariamente a scopo rituale: davano poteri soprannaturali, e perciò potevano essere indossate solo da stregoni o sacerdoti che conducevano i riti. Più tardi, nei Caraibi, cominciarono ad essere usate come espressioni di allegria oppure di tristezza. Nel Messico contadino si usava la maschera nelle sagre di paese, e rappresentavano animali (aquile, cani, tigri, giaguari, mucche, scimmie, tartarughe, cervi, arieti, nell’America centrale anche l’alligatore), cioè gli dei animali delle civiltà precolombiane, ma talvolta anche diavoli. L’uso della maschera era accompagnato dalla danza Nell’artigianato moderno i materiali usati sono vari: ad esempio oro, argento, capelli umani, perline di vetro applicate su legno.

Particolarmente rinomato è oggi l’artigianato della piccola etnìa degli huicholes (di antica origine azteca, fuggiti sulle montagne della Sierra Madre al tempo dell’invasione spagnola). Essi conservavano i riti degli sciamani, e quell’artigianato era cerimoniale e votivo, ma oggi lo praticano anche per essere oggetto di commercio. Per quanto riguarda il Brasile, è attualmente viva la discussione fra gli studiosi di paleo-antropologia, alcuni dei quali sostengono, sulla base di ritrovamenti relativamente recenti, che piccoli gruppi umani di tipo australo-negroide abbiano raggiunto il Sudamerica circa sessantamila anni fa, o forse anche prima, e si sarebbero poi incrociati ai gruppi giunti, assai più tardi, nel continente attraversando a Nord lo stretto di Bering (la cosiddetta terra percorribile, più o meno ghiacciata, detta Beringia). Questa tesi è molto contrastata, anche se è basata sul ritrovamento – nella regione chiamata Serra de Capivara – di focolari, ceramiche, strumenti in pietra, pitture rupestri. Il discorso sulle maschere del Brasile si concentra oggi perciò sulle maschere dei carnevali di Rio e di Bahìa,, unite alla danza; ma sono manifestazioni ormai, come è noto, nate successivamente alle influenze africane e portoghesi dell’ epoca moderna.
In Nord America, fra le diverse tribù native americane, una maschera (con piume e penne per ornamento) poteva essere usata dallo sciamano, quando sopravvivevano i riti sciamanici, paragonabili ai riti arcaici dell’Asia centrale, pervenuti con le antiche migrazioni attrverso lo stretto di Bering. Nei riti degli Sioux l’abbigliamento cerimoniale comprendeva la maschera, che favoriva l’estasi dello sciamano durante la danza, ritmata dal tamburo e dal flauto: l’estasi permetteva il collegamento con il mondo degli spiriti, dominato dal Grande Spirito, il Grande Mistero, chiamato anche talvolta Dio Padre, che regge l’Universo. Infine la maschera è presente anche fra gli Inuit, che comprendono i diversi gruppi di Eschimesi, concentrati soprattutto in Groenlandia: l’uso della maschera è sempre per entrare in rapporto con il soprannaturale: la maschera (di pietra, di corteccia di legno, di osso di balena) rappresenta entità spirituali o animali da cacciare.






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